La PREGHIERA Del TEMPO

Il tempo non scorre, si offre. Così scriveva Paul Claudel nel pieno della grande guerra, quando ogni gesto umano sembrava sospeso tra la polvere e la grazia. Da quella stessa sospensione nasce il breviario poetico: una raccolta di pensieri in cui l’uomo, la natura, la preghiera ed il sacro si cercano e si riconoscono.
È uno dei pochi testi che non si legge: si ascolta. Il vino, come la fede, non si può spiegare, si contempla.

In quell’immobilità nasce la rivelazione del mondo: il giorno che si ferma davanti all’eternità, l’uomo che offre il proprio lavoro come preghiera. Claudel chiamava questo atto “l’offrande du temps”, l’offerta del tempo, il momento in cui la materia diventa spirito e la fatica si trasfigura in liturgia. È la stessa sospensione che si avverte tra i filari di Saint-Émilion, quando le campane dell’Angelus annunciano la fine del giorno e la vigna si inchina al silenzio. Qui, a Château Angélus, il lavoro dell’uomo incontra l’invisibile, e la terra, come nelle parole di Claudel, “cessa di essere terra per divenire testimonianza”. Lì dove il tempo si ferma, il vino comincia a parlare. Il nome dello Château deriva dall’Angélus Clos, una delle proprietà acquistate nel 1921 da Maurice de Boüard de Laforest, bisnonno di Stéphanie de Boüard-Rivoal, proprietaria attuale dello Château. La famiglia de Boüard possedeva già il vicino Château Mazerat, che fu unificato dopo la Seconda guerra mondiale per volere dei figli di Maurice sotto un unico nome: Château Angélus. Si voleva ricordare e onorare, infatti, la preghiera cattolica recitata, dai lavoratori dei campi, tre volte al giorno: all’alba, a mezzogiorno e al tramonto, il cui lavoro era tradizionalmente accompagnato dal suono delle campane. L’Angelus, per Claudel, “è l’istante in cui il giorno si inchina davanti all’eternità. Due esseri si ergono nel campo, e il lavoro dell’uomo si ferma un attimo perché la voce di Dio possa passare”. Alcune di queste antiche tradizioni sono rimaste, tant’è che dal vigneto, tutt’oggi, è possibile vedere i campanili di tre chiese: la chiesa di Saint-Martin de Mazerat, la parrocchia locale, situata proprio accanto alla proprietà; la chiesa monolitica di Saint-Émilion, scavata nella roccia al centro del villaggio e la chiesa di Saint-Martial, anch’essa nel borgo. Il suono delle campane scandiva il ritmo delle giornate nei vigneti, accompagnando il lavoro nei campi in un’unica, armoniosa melodia. Colui che ha determinato le sorti e la rinascita dello Château è stato il dinamico Hubert de Boüard, che ha diretto Angélus dal 1985 al 2016, anno in cui la figlia ha acquistato le sue quote. Hubert ammette che negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta la tenuta non stava dando il meglio, e solo lavorando duramente è riuscito a rivitalizzarla. A lui si deve il cambio del nome del vino da L’Angélus a Angélus nel 1990, novità che sancisce il cambio di rotta dell’azienda in un momento in cui Saint-Émilion usciva dall’ombra del Médoc. Era quello il periodo dei “garagistes”: i garagisti, come Jean-Luc Thunevin, proprietario insieme a sua moglie di Château Valandraud, la cui prima annata risale al 1991, i quali influenzando significativamente la qualità prodotta a Saint-Émilion, sancirono una nuova era riducendo le rese e posizionando l’appellazione su di un piano più familiare, con meno numeri e una cura differente. Di fatto, la regione vitivinicola di Bordeaux è sempre stata divisa in due. I fiumi Dordogne e Garonne, confluendo nella Gironde, dividono naturalmente la regione in due sponde. La classificazione del 1855 concentrando tutta l’attenzione sulla riva sinistra, ne consacrò la supremazia sulla riva destra. Difatti fino al 1952 non era mai stato avviato un vero e proprio lavoro di classificazione per Saint-Émilion. Solo in quell’anno, dopo i tempi difficili della Seconda guerra mondiale, i quali avevano duramente colpito i viticoltori francesi, i sindacati locali invitarono il direttore dell’INAO (Institut National de l’Origine et de la Qualité) ad elaborare una classificazione ufficiale, che prese forma negli anni successivi. La prima lista venne pubblicata il 16 giugno 1955 e, a partire dal 1969, è aggiornata ogni dieci anni. A differenza della classificazione del Médoc, quella di Saint-Émilion non si basa esclusivamente sulla reputazione degli Château, ma su criteri più ampi. Saint-Émilion Grand Cru, si basa su parametri che spaziano dalla qualità del vino alla commercializzazione, fino all’omogeneità del terroir differenti a seconda della categoria. Gli Château sono suddivisi in categorie, alla cui base troviamo Grand Cru Classé, a seguire Premier Grand Cru Classé B e Premier Grand Cru Classé A, quest’ultimo all’apice della classificazione. Château Angélus è stato classificato Grand Cru Classé B nel 1996, promosso a Premier Grand Cru Classé A nel 2012, per poi non prendere parte alla revisione 2022, dopo l’uscita nel 2021 di altri grandi nomi come Château Ausone e Château Cheval Blanc. Indipendentemente dalle scelte dello Château, e la sua uscita dalla classificazione, essa nasce permettendo alla storia di Saint-Émilion di essere portata alla luce. Per molto tempo, la riva destra è stata il cuore nascosto della regione: le sue pietre hanno costruito intere città, come Libourne e Bordeaux. La fortuna di Saint-Émilion è letteralmente scolpita nella sua terra.

Dalle radici risalenti in epoca romana, lo stesso nome deriva da Aemilianus, il capo della comunità religiosa locale, morto nel 787 d.C. La città attuale nasce nell’XI secolo. Già nel IV secolo, Decimus Magnus Ausonius, poeta e amministratore nato a Bordeaux, possedeva vigne nella zona: da lui prende il nome lo Château Ausone per esempio. Tracce dell’attività romana si trovano ancora oggi, ad esempio a Château Beau-Séjour Bécot, dove restano scavi nella roccia calcarea usati per piantare alberi da frutto che sostenevano le viti. Proprio tre ettari di vigna di Beau-Séjour Bécot vengono acquisiti da Hubert de Boüard nel 1979, convinto che proprio questa aggiunta di terroir da Premier Cru potesse contribuire in modo decisivo al miglioramento qualitativo che portò, nel 1996, alla promozione a Premier Grand Cru Classé (B). Il Cabernet Franc, notoriamente protagonista di Château Beau-Séjour Bécot, oggi diventa sempre più emblema dell’identità di Angélus, grazie anche alle selezioni massali di vecchie viti fatte nel tempo. È questo il vitigno tradizionale della regione, la cui coltura è stata ridotta dall’epidemia della fillossera nel XIX secolo e sostituita, per tale ragione, dal Merlot, considerato più produttivo e precoce.
Tuttavia, con i cambiamenti climatici degli ultimi decenni, il Merlot si sta rivelando meno adatto: matura troppo rapidamente e rischia di perdere equilibrio e freschezza. Ecco perché il Cabernet Franc sta tornando al centro dell’attenzione: è più resistente al caldo, garantisce maggiore acidità e regala vini eleganti e longevi, perfettamente in sintonia con le nuove sfide del terroir. Elementi questi che ad Angelus non possono essere ignorati, considerando la costante ricerca della perfezione, ben consapevoli che ogni giorno è un passo verso un risultato più soddisfacente, verso l’adattamento. La sfumatura creata dal piccolo difetto diventa punto di forza del vino che emoziona e scalda gli animi. L’identità di Angelus non può, infatti, prescindere dal Cabernet, come non può prescindere dalle conoscenze acquisite nei suoi anni di vita, conoscenze che permettono la creazione di un terroir forte, non replicabile ma in costante evoluzione. Come spiega il giovane Benjamin Laforêt, oggi alla guida enologica di Angélus, il Cabernet Franc riprende spazio sulla sponda destra del fiume, sottraendolo al Merlot perché meno soggetto a muffe, più resistente, più adatto ai tempi moderni. Richiede certo una buona gestione in vigna, ma riempie di orgoglio poter poi lavorare con viti che hanno un’età media di 40 anni grazie ai vigneti piantati negli anni ’20 del ’900, quando Maurice de Boüard de Laforest inserì una quantità importante di Cabernet Franc. Da queste, in annate eccezionali come la 2016, viene prodotto l’Hommage à Elisabeth Bouchet, 100% Cabernet Franc. Il vignato oggi conta 39 ettari suddivisi in: 50% Merlot, 47% Cabernet Franc e 2% Cabernet Sauvignon, tutti certificati biologici dal 2021.

Anche se l’eliminazione dei fertilizzanti era già iniziata con Hubert, che dal 1986 introdusse anche pratiche come la vendemmia verde, l’innalzamento dei filari e l’introduzione di tavoli di cernita furono allora considerate scelte radicali. I vigneti non sono affatto omogenei: alcuni presentano il classico suolo argillo-calcareo delle côtes, altri, più in basso, contengono meno argilla ma più sabbia, perfetti per il Cabernet Franc, grazie alla loro natura calda e ben drenata. Un’attenzione importante è rivolta verso la ricerca delle micorrize: formazioni fungine che si sviluppano vicino alle radici della pianta (come fa il tartufo) e che contribuiscono a migliorare l’assorbimento dell’acqua e dei nutrienti necessaria alla vite, garantendo maggiore resistenza alla siccità, assicurando, quindi, la salute della pianta e del suo sistema. Tale importanza si evince dal terzo numero di Reflet, rivista pubblicata da Angelus, dal 2020, che permette di entrare nel mondo dello Château. In tale numero, infatti, Benjamin Laforêt sottolinea come nei suoli sani le micorrize possono comporre fino all’80% della superficie di scambio tra la vite e il terreno, denotando equilibrio. Ma non basta, per garantire una crescita armoniosa le radici devono spingersi in profondità, andando in cerca di nutrimento, come sottolinea Hubert de Bouard, ecco perché a Château Angelus si utilizzano le Cover Crops (colture intermedie), che costringono le radici a scendere più in basso, oltre che mantenere una naturale competizione che favorisce la vita del suolo. Ogni pratica applicata dimostra la necessità d’adattamento, unica reale ragione della nostra sopravvivenza. La vita si osserva dall’esterno, ma la vera forza è sotto i piedi: il suolo. È lì che nasce il vino. Grandi vigne non bastano. Serve equilibrio. La natura chiede il suo spazio, e non fa sconti. Chi è vivo, sarà vino nel calice.
Perché in ogni sorso c’è un racconto che parte dalla terra, risale le radici, sboccia, matura, si offre. Ogni calice è un viaggio nel mondo di Angélus. Proviamo a pensare ai grandi successi del mondo: coloro i quali sono riusciti a sopravvivere sono quelli che si adattano. Restare fermi ha senso solo se ci si arrende e ci si chiude all’innovazione. Il peggior nemico di chi cerca di sopravvivere è colui che resta fermo, compie gli stessi gesti per abitudine, senza contribuire a migliorare ciò che lo circonda e a cui noi teniamo. Per queste ragioni la ricerca della perfezione non si limita alle vigne, ma si estende alla cantina. Il cambio di direzione, qui, è arrivato dopo un viaggio in Borgogna di Hubert che, nel 1980, apprende l’arte dell’uso del legno. Ai tempi del padre, non c’era neppure una botte nuova. Hubert preserva la tradizione nella tecnica di vinificazione ed introduce delle innovazioni, come l’abbandono della pigiatura nel 2014 e l’introduzione, a partire dal 2001, accanto all’acciaio, di tini in cemento, botti di rovere e tini conici invertiti, oggi ripresi nella nuova cantina. Ad ogni vino il suo materiale, il cemento è utilizzato per la fermentazione alcolica del Cabernet Franc. L’acciaio inox è per la maggior parte del Merlot, anche se una parte finisce nei tini in legno. Conoscere quale materiale impiegare può essere benefico abbinandolo al giusto vigneto: non esiste, infatti, lo strumento perfetto ma quello che consente di adattarsi meglio al tipo di affinamento, in base alla parcella, al vigneto ed alla specifica annata. Oggi la proprietà dell’azienda è di Stéphanie de Boüard-Rivoal, la quale contribuisce ulteriormente all’evoluzione dello Château e di Saint-Émilion tutta. Stéphanie classe 1982 lavora attivamente all’interno dello Château dal 2012: nata a Bordeaux e cresciuta a Saint-Émilion, studia Economia all’Università di Bordeaux e alla scuola francese ESCP-EAP, per poi iniziare la sua carriera a Londra nel settore bancario privato, lavorando per UBS e poi per Pictet, una prestigiosa banca svizzera. Solo nel 2009 entra nel consiglio di sorveglianza di Château Angélus, cominciando a partecipare direttamente alla gestione della tenuta. Continua i suoi studi nel mondo del vino, conseguendo nel 2011 il diploma internazionale WSET a Londra. All’inizio del 2012, suo padre Hubert de Boüard de Laforest e suo zio Jean-Bernard Grenié le chiesero di unirsi ufficialmente alla direzione di Angélus. Da allora ha lasciato il settore bancario per dedicarsi completamente all’azienda di famiglia. Ha portato nuova energia alla tenuta, lavorando con profondo rispetto per l’eredità familiare, il terroir e con una chiara visione per il futuro. È stata determinante nell’acquisizione di nuovi vigneti, nella creazione della bottiglia speciale per la vendemmia 2012 (che celebrava la promozione di Angélus al rango di Premier Grand Cru Classé A) e nella conversione biologica della proprietà.

Dal 2013 ha anche diversificato l’attività di famiglia con l’acquisizione di diversi ristoranti storici. Il primo è stato Le Logis de la Cadène a Saint-Émilion, rilevato proprio nel 2013 e oggi insignito di una stella Michelin. A questo sono seguiti: La Maison de la Cadène nel 2016, L’Auberge de la Commanderie nel 2017 e, infine, Le Gabriel a Bordeaux, nel 2019, al cui interno troviamo l’Osservatoire, ristorante premiato con due stelle Michelin con Bertrand Noeureuil come Executive Chef. Proprio dal suo arrivo ad Angelus, nel 2012, si dà inizio alla costruzione della nuova cantina progettata da Olivier Chadebost, uno spazio dove l’armonia tra uomo e natura prende forma. Un progetto che ha permesso di ampliare l’edificio, modernizzare le strutture tecniche e intervenire sulle cantine di vinificazione. Anche se la vecchia cantina produceva vini eccellenti, oggi si utilizzano vasche sospese, una scelta radicale, già sperimentata con successo a Château La Fleur de Boüard e nella cantina del Carillon. Il tino a tronco conico rovesciato, dove la base è più stretta della sommità, ideato a suo tempo da Hubert de Boüard de Laforest, offre molti vantaggi dal punto di vista della vinificazione: il succo si arricchisce a contatto con gli acini d’uva, rallentando l’infusione senza movimentare troppo il vino. Le vasche sospese permettono una vinificazione rispettosa, senza stress, evitando i pompaggi aggressivi. Culle convessamente disegnate per accogliere il vino, che riposa in una miscela di acciaio, legno e cemento. Il progetto ha anche un forte impatto ecologico. La manutenzione e pulizia della nuova sala tini richiederanno fino a cento volte meno acqua. Come sanno bene ad Angélus, la sostenibilità è vita. Qui ogni gesto è guidato dalla consapevolezza della grande responsabilità che il luogo impone: da queste colline si scorgono nomi leggendari come Figeac, Cheval Blanc e Pétrus. È da qui che si respira il profumo della storia, di una terra che parla di coerenza e coesione, e che continua a lottare per esprimersi oltre le sole dinamiche economiche e commerciali. Loro lo hanno compreso: non si può sfuggire alla veridicità della salute, né, tantomeno allontanarsi dal buon seminato.
L’ascesa costante dello Château nella classificazione è stata accompagnata anche dalla sua espansione architettonica: i visitatori restano spesso sorpresi nel vedere una nuova galleria in stile “Périgourdin” sopra la cantina, e un carillon musicale che suona allegramente inni nazionali per intrattenere gli ospiti. Naturalmente, ad Angélus il lavoro continua anche durante i cantieri. Una volta terminata, la cantina permetterà di controllare meglio la vinificazione, lasciando più spazio alla cura dell’insieme. Piccole, ancorché fondamentali, accortezze necessarie per adattarsi al tempo che cambia. Tutte le proprietà del mondo hanno in comune il dover fronteggiare il cambiamento, in primis quello climatico, dal quale non si può scappare. Per far ciò è essenziale osservare e dialogare: tutti affrontano le stesse difficoltà ed è importante imparare gli uni dagli altri. Capire quali dettagli cambiare, su cosa puntare, come decidere per il meglio. Non si può scappare: è tutto lì, il terreno, il suolo, la “manière de travailler”: un insieme di fondamentali passaggi che delineano la strategia di Angélus, alimentando la giusta visione. Attenzione, perché quando si va alla ricerca della perfezione non si può far altro che rincorrere il cambiamento, scovare cosa modificare, vegliati dalla natura. Ed ecco che identificare il vino diventa difficile, la degustazione forma e chiarisce, si scopre, a volte confonde. Lavorando ogni giorno ed ogni anno, raccogliendo frutti sempre più vicini all’obiettivo, consapevole che difficilmente potrà essere raggiunto. Come ci ricorda Montale in Ossi di seppia:

Egli rifiuta la perfezione e l’ideale astratto, scegliendo invece di restare fedele all’imperfezione del reale, alla sua asprezza, al suo silenzio, alla sua crudezza. Si nega ogni certezza: non può no minare il bene, il bello o il vero, ma solo ciò che non è. In questa visione, l’imperfezione non è un limite, ma una forma di verità. La frustrazione generata da tale utopica ricerca può essere alleviata solo dal tempo e dalla testimonianza del passato che possiamo raccogliere, anche solo con un sorso di vino, quello non ancora perfetto, quello di ieri, che ti sorprende e ti regala momenti di pura gioia. Come l’Angélus 1971, assaggiato da Stéphanie durante un pranzo a Le Logis de la Cadène a Saint-Émilion: un sorso che ha meravigliosamente conservato la capacità di viaggiare nel tempo. Un vino che cattura la mente e conduce a scoprire nuove parti di sé, in un momento che si dilata per tutta la durata del sorso. Il vino diventa così un’occasione di confronto con la realtà. I dubbi e le domande generano emozioni profonde: riusciremo ancora a emozionarci così davanti a un calice di vino? Di cos’altro abbiamo realmente bisogno? Se non di un momento finito, irripetibile, unico.
Il gusto ci aiuta ad intraprendere un viaggio: quello nella terra di Bordeaux, vista come il faro verso il commercio del vino che, dalla Place, tesse le lodi del vino, tira i fili dei diversi attori che nel mondo sfoggiano. Come può, nel mondo moderno, una tradizione come quella di Bordeaux essere trasmessa, nel momento in cui ci si accontenta del fugace?
Dalla viticoltura impariamo ad aspettare, ad apprezzare l’attesa che ci aiuta a comprendere il vero valore del lavoro svolto. Bisogna avere pazienza, e godersi il viaggio tra i secoli offerto dal solo liquido, capace di catturare un singolo momento. La ricerca dell’identità di un’azienda va di pari passo con il cambiamento. Nulla nella vita resta fermo, ogni cosa si muove, trasportata tra i sentieri dal passo dell’uomo che, al momento dell’Angelus, si ferma, si connette alla natura attraverso la preghiera, si eleva perché comprende che è necessario osservare la natura per trovare la perfezione. Attraversando i vigneti, guardando alle case basse di mattoni bianchi, il tempo sembra essersi fermato, mentre invece continua a muoversi. E lì, tra quei filari, bisogna correre veloci per poter riuscire ad aggiungere ogni giorno un tassello di perfezione in più. Poi arriva l’attimo: l’assaggio, il silenzio, la vita che scorre nelle vene, il calore di un sorso che racconta anni in bottiglia.

Bordeaux è un mondo da esplorare mentalmente. Un luogo dove non sempre possiamo godere del sorso, ma possiamo comprenderne la bellezza in fermento, una terra che nasce con il vino, si avverte con forza, si mostra al mondo. Eppure, qualcosa resta fermo, immutabile, un punto fermo su cui possiamo sempre contare: l’eterna connessione tra il territorio e i suoi Châteaux. È proprio la reputazione degli Châteaux ad alimentare la Place de Bordeaux, quel sistema antico e complesso dove il vino si fa anche mito. E se il vino corre, suda, soffre per stare al passo con i tempi, è perché il mercato cerca di reinventarsi. Così nuove realtà trovano spazio, nuove cantine si affacciano, lontane dalle certezze ma dense di possibilità e Saint-Émilion esce dall’ombra del Medoc. Bordeaux ha molte facce, nate da contesti diversi. Parla lingue differenti, che ci portano a confrontarci con tempi, idee, valori diversi, cambiando ogni volta la nostra percezione. Ma per aprire le piccole porte, per far emergere le nuove voci, abbiamo bisogno dei grandi: gli Châteaux che innovano senza perdere la loro anima. Quelli che sanno restare fedeli alla propria essenza, offrendo sempre vini che meritano di essere bevuti. Ma oltre le classificazioni, oltre i successi e le sfide, resta un punto d’origine immutabile: l’incontro tra l’uomo e il divino, tra la fatica e la rivelazione. C’è un momento, nel cuore del giorno, in cui il vino smette di essere solo vino. È l’istante in cui la mano dell’uomo si ferma e il calice si solleva, come se potesse sostenere insieme la terra e il cielo. Claudel scriveva che “le pain et le vin sont ces choses que le prêtre élève pour les offrir à Dieu”, e davvero è così: dentro ogni vendemmia, dentro ogni gesto, c’è un’offerta che non appartiene più a noi. In quel momento la vigna parla al mondo, con la voce della fatica, delle stagioni, delle lacrime che la terra custodisce come un segreto antico. È la stessa voce che chiede silenzio, che ricorda che nulla si compie senza dono. Forse è questo, in fondo, l’Angélus: l’attimo in cui il giorno si inchina, il lavoro si fa preghiera, e il vino diventa ciò che resta del tempo, una stilla d’eternità offerta alla memoria dell’uomo.

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